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 Consapevolezza nella pratica del Tai Chi Chuan

 

Recita un proverbio cinese àn tú suõ jì (). Per capirne a fondo il significato bisogna partire dalla storia che ne è all’origine. Padre e figlio divennero famosi nell’antica Cina per la loro relazione con i cavalli. Bo Le, vissuto durante il Periodo delle primavere e degli autunni (770-476 a.C.), fu uno specialista nel giudicare i cavalli. Si narra che a prima vista era capace di riconoscere un “destriero alato” (un animale eccezionale, capace di correre per quasi 500 km al giorno) tra migliaia di cavalli al galoppo. Oggi il suo nome è spesso utilizzato per elogiare le persone che hanno un “buon occhio” nello scoprire giovani talenti, es. cantanti, ballerini, atleti, artisti, scienziati o chiunque abbia un dono raro in un campo specifico. Bo ebbe un figlio, che, diversamente dal padre, non aveva nessuna speciale abilità ed era conosciuto come un buono a nulla. Nonostante ciò egli è ricordato insieme al padre in questo proverbio, che tradotto letteralmente significa “cercare un destriero in base ad una foto”. In qualità di allevatore di cavalli, il vecchio Bo non era rispettato solamente dai suoi pari, ma anche dal duca dello stato di Qin. Un giorno il duca gli disse: «Poiché stai diventando anziano, hai mai pensato di trasmettere le tue rarissime doti a qualcun altro?» «Certo Sua Eccellenza» rispose Bo. «Sfortunatamente il mio unico figlio è tonto e non capisce niente di cavalli. Quindi molto probabilmente dovrò trascrivere tutta la mia conoscenza ed esperienza per il beneficio delle future generazioni di allevatori di cavalli». Con l’incoraggiamento del duca e dopo mesi di fatica Bo finì il suo libro sui cavalli. Quando il figlio lo vide, lesse alcune pagine sul come stabilire quale cavallo può essere domato come un “destriero alato”. In base al libro, un possibile “destriero alato” deve avere una fronte alta ed occhi infossati. Il libro conteneva anche un disegno che illustrava questa parte del destriero. Dopo aver copiato il disegno, il figlio decise di partire alla ricerca di un “destriero alato” in modo da poter divenire egli stesso un maestro allevatore come il padre. Dopo aver vagato per l’intero giorno, il figlio non trovò neanche un cavallo che rispondesse alla descrizione del disegno. Di ritorno verso casa il figlio vide un grande rospo seduto sul ciglio della strada. Dopo averlo osservato notò che aveva una forte alta ed occhi infossati simili a quelli del disegno. Pervaso dalla gioia corse dal padre urlando: «Padre! Padre! Ho trovato un destriero alato!». «Veramente? Dov’è?» chiese il padre sospettoso. «Di fronte a casa nostra. Vieni, Padre, andiamo a guardarlo insieme». Giunti fuori, il figlio indicò il rospo e disse che quell’anfibio rispettava la descrizione del “destriero alato” contenuta nel libro, ad eccezione delle sue gambe, che non assomigliano a quelle di un cavallo. Dopo un lungo sospiro, il vecchio Bo disse: «Figlio mio, hai agito bene. L’unico problema è che il “destriero alato” che hai trovato può solamente saltellare e tu non potrai mai cavalcarlo». Oggi in Cina questo detto è usato per descrivere persone tenaci e dogmatiche, che portano un “rospo” quando dovrebbero invece portare un “destriero alato”.

 La storia affronta due temi importanti: quello della trasmissione del sapere e quello del suo apprendimento. Il modo più naturale per trasmettere il sapere e controllarne la qualità dell’apprendimento è indubbiamente quello dell’apprendistato. L’allievo, il discepolo, vive con il maestro ed apprende costantemente. La maestria nell’arte penetra completamente nella vita del maestro, e si mostra in tutti i più piccoli gesti della quotidianità. Questo metodo ha lo svantaggio rappresentato proprio dal figlio del vecchio Bo. È possibile che il maestro non trovi il discepolo adatto. Da qui la necessità di formalizzare il sapere, di “codificarlo", per salvarlo dal rischio dell’oblio e trasmetterlo ai posteri, con l’auspicio che un futuro discepolo sarà in grado di “de-codificarlo”.

 Il Tai Chi Chuan è studiato tramite esercizi, pratiche, esecuzioni. Il termine esercizio deriva dal latino exerceo, mettere in movimento, che a sua volta è composto da ex-arceo, ovvero dischiudere, liberare. L’idea è proprio quella del de-codificare il movimento. I maestri del Tai Chi Chuan codificarono gli esercizi in base ai principi dell’arte. Ogni esercizio ha dunque uno scopo. Es. gli esercizi Dao Yin enfatizzano ciascuno un principio dell’arte, la forma enfatizza vari principi contemporaneamente, il pushing hands lavora sullo scambio e sul contatto ecc… L’esercizio è dunque il punto di partenza per capire l’arte. Il rischio è che l’esercizio diventi anche il limite della pratica, come il disegno del cavallo nel libro. Noi conosciamo i principi dell’arte, e dobbiamo usarli come strumenti d’interpretazione degli esercizi. In questo modo è possibile isolare i vari elementi costitutivi del movimento e lavorare per migliorarli. Ciò permette di raggiungere l’unità/integrità dell’arte e fondere tutti i princípi in un unico e semplice gesto. A volte un esercizio non funziona perché le mani non sono coordinate con il centro, a volte perché le anche sono bloccate, a volte perché manca lo Yi, altre volte perché non si ascolta l’altro. Praticare gli esercizi “consapevolmente” aiuta a migliorare la lucidità nel gesto, e la capacità di individuare l’errore durante le applicazioni. In questo modo è possibile sviluppare il colpo d’occhio del vecchio Bo, ed usarlo per capire i propri errori ed aiutare i fratelli di pratica.

Ivan Cardillo